Lettura della poesia Shemà, di Primo Levi.

Pubblicato il da lecogiornalinoonlinewinckelmann

Una lettura della poesia Shemà, di Primo Levi, proposta da alcune alunne della classe II I

                                                                          Voi che vivete sicuri

                                                                          Nelle vostre tiepide case,

                                                                          voi che trovate tornando a sera

                                                                          il cibo caldo e visi amici:

 

                                                                          Considerate se questo è un uomo

                                                                          Che lavora nel fango

                                                                          Che non conosce pace

                                                                          Che lotta per mezzo pane

                                                                          Che muore per un sì o per un no.

                                                                          Considerate se questa è una donna,

                                                                          Senza capelli e senza nome

                                                                          Senza più forza di ricordare

                                                                          Vuoti gli occhi freddo il grembo

                                                                          Come una rana d’inverno.

                                                                          Meditate che quest’è stato:

                                                                          Vi comando queste parole.

                                                                          Scolpitele nel vostro cuore

                                                                          Stando in casa andando per via,

                                                                          Ripetetele ai vostri figli.

                                                                          O vi si sfaccia la casa,

                                                                          La malattia vi impedisca,

                                                                          I vostri nati torcano il viso da voi.

                                                                          

    

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Shemà è la parola con cui inizia l’orazione fondamentale degli Ebrei e significa “ascoltare”.

Fu composta nel 1946 ed è strutturata in una quartina, due cinquine, una sestina e una terzina.

Esaminando le frasi della poesia di Primo Levi si possono capire i sentimenti, le situazioni e l’ingiustizia nascosta dietro un semplice titolo.

Nella prima quartina viene sottointeso che le case sono tiepide così come, talvolta, lo erano i non deportati verso chi aveva vissuto l’esperienza del campo: indifferenti.

Primo Levi, nella sua poesia, riferendosi ai non ebrei, dice “Voi”…si riferisce a NOI.

Noi che ogni tanto ci possiamo concedere un film, una serata a teatro, un qualcosa di piacevole insieme a persone a noi care, come la nostra famiglia. Noi che ogni tanto possiamo permetterci un buon pranzo in allegria, cosa che ci sembra così normale e che, per i deportati, era solo un sogno irrealizzabile.

Nella prima cinquina Primo Levi descrive la situazione degli uomini. E’ presente un imperativo: una forma verbale che indica un ordine e che troveremo spesso nel testo. È inoltre presente un’anafora: il “che”, che dà l’idea di un qualcosa di ossessivo. Serve a sottolineare l’inadeguatezza delle condizioni in cui versavano i deportati, separati da tempo dalla loro famiglia, obbligati a lavorare senza mai un attimo di pace e costretti a morire per un sì o per un no. Questo fa capire che le S.S. non solo torturavano fisicamente gli Ebrei, ma volevano soprattutto torturarli psicologicamente.

Nella seconda cinquina Levi descrive la situazione delle donne. Esse  sono costrette al taglio dei capelli, che dovrebbe essere una scelta privata, perché obbliga le donne a farsi  vedere in pubblico come non vorrebbero essere. Perdono il nome, perché diventano un numero di sei cifre; non hanno più la forza di  ricordare, perché vengono ridotte a esseri senza vita, “macchine” indotte a dimenticare i momenti della vera vita. Hanno gli occhi privi  di espressione e hanno perso l’essenza stessa della loro femminilità, il loro ventre è freddo perché non sarà più riscaldato dal calore di una nuova vita. Nella sestina che segue, Levi parla del dovere morale che ogni uomo ha di tramandare l’accaduto, affinché tutti possano tenerlo per sempre nel proprio cuore, a memoria di quanta cattiveria è capace di generare un uomo.

Infine c’è una terzina, che chiude la poesia ed è una sorta di maledizione che Primo Levi scrive per i lettori che si sottraggano al dovere di ricordare: le parole di Levi diventano di una durezza estrema e Levi mette in guardia quei genitori che non trasmettano ai propri figli il valore della memoria dal rischio di non essere, a loro volta, riconosciuti dai propri figli.

 Noi abbiamo il dovere di ricordare e di sapere, perché tutti comprendano quale incommensurabile sofferenza abbia generato la Shoah. Noi abbiamo il dovere di raccontare e di tramandare.

 

Al Shoibi Sara

Dorsa Edda

Ferrero Michela

 

Classe II I

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